Dal 2008 a oggi, gli Sfregio hanno attraversato cambiamenti, una lunga pausa e una reunion che ha rafforzato ulteriormente il legame tra i componenti della band. Con il sesto album, “Non Credo“, il gruppo genovese aggiunge un nuovo capitolo alla propria storia, affrontando temi complessi come la religione, la fede e le verità imposte, senza rinunciare all’irriverenza e all’attitudine che lo hanno sempre contraddistinto. In questa intervista ripercorriamo il percorso della band, le motivazioni dietro le scelte del nuovo disco e la filosofia musicale di un gruppo che continua a guardare avanti, con la stessa voglia di divertirsi e mettersi in gioco.
1. “Non Credo” è il vostro sesto album e arriva dopo una storia iniziata nel 2008. Qual è stato il momento nel quale avete capito che gli Sfregio non erano più soltanto una band nata per divertirsi tra amici?
L’abbiamo capito quando la gente ha cominciato a venire ai nostri concerti, a cantare le nostre canzoni e a lasciarsi davvero trasportare da quello che facevamo. Il primo album era nato un po’ per gioco, senza troppe aspettative. Poi abbiamo iniziato a vedere quello che la nostra musica riusciva a suscitare nelle persone. A quel punto ci siamo guardati e abbiamo capito che avevamo voglia di andare avanti seriamente.
2. Avete avuto una pausa e poi siete tornati nel 2021. Quanto vi ha cambiato quella distanza?
Personalmente, quella distanza la sento ancora, sia a livello musicale, ma soprattutto a livello di amicizia. Quando sono tornato dagli altri, dopo un periodo in cui non ci parlavamo da tempo, mi sono reso conto che, fondamentalmente, non era cambiato niente. E credo che sia proprio in momenti come questi che capisci quanto le persone ti vogliano bene davvero. Alla fine siamo quattro amici che condividono una passione e questa, per me, è la cosa più bella in assoluto. Prima ancora della musica, dei dischi e dei concerti, c’è questo legame. Ed è qualcosa che ha un valore enorme.
3. Dopo la reunion avete pubblicato “Fagioli e Sangria”, “Malmignotta” e ora “Non Credo” in pochi anni. Vi trovate in un periodo particolarmente creativo?
Sì, la creatività non manca mai. Ma soprattutto ci piace guardare il mondo, osservare quello che succede intorno a noi e analizzare anche quello che viviamo in prima persona. Alla fine la vita è un’ispirazione continua: qualsiasi cosa, anche la più assurda o la più stupida, può diventare una canzone. A volte basta una situazione, una frase o una cazzata che succede durante la giornata per far partire un’idea. E infatti abbiamo già voglia di cominciare a lavorare su pezzi nuovi. Non ci fermiamo mai: finché ci sarà l’ispirazione, andremo avanti.

4. “Malmignotta” aveva già mostrato una maggiore attenzione verso temi sociali e “Non Credo” sembra spingere ancora più avanti questa direzione. È una trasformazione naturale oppure una scelta consapevole?
Secondo me è un po’ entrambe le cose. Crescendo, viene naturale avere voglia di parlare anche di altro, e questo vale sia a livello anagrafico sia come band. Con “Non Credo” ci siamo spinti ancora oltre, arrivando a realizzare un concept album e ad affrontare argomenti importanti e complessi. È stato davvero stimolante metterci alla prova in questo modo. Non significa che abbiamo abbandonato quello che siamo sempre stati, ma che abbiamo aggiunto qualcosa al nostro modo di esprimerci.
5. La religione è un argomento enorme e molto più delicato rispetto ai temi sessuali e alcolici dei primi dischi. È stato più difficile scrivere questi testi?
Mentirei se dicessi il contrario: è stato sicuramente più impegnativo, perché trattare certi temi può essere delicato. Ho dovuto documentarmi su alcuni argomenti, perché ci tengo e ci ho sempre tenuto a quello che scrivo. È un attimo fare una figura di merda, affermare qualcosa che non è vero. Anche quando vuoi fare ironia, devi sapere di cosa stai parlando. Anzi, secondo me, per riuscire a ironizzare efficacemente su certi argomenti devi essere ancora più preparato.
6. “Non Credo” non sembra dire semplicemente “non credo in Dio”, ma piuttosto “non credo a chi pretende di avere la verità”. Quanto è corretta questa interpretazione?
Sì, è un’ottima interpretazione. La title track “Non Credo”, raccontata anche dal punto di vista di un prete, dice già molto su quello che intendiamo. Il concetto è proprio quello di non credere ciecamente ai dogmi, alle istituzioni e a tutto ciò che ruota intorno alla fede. Secondo me, a volte la religione finisce per diventare qualcosa di molto diverso dalla fede stessa. È questo che ci interessava mettere in discussione: non soltanto il credere o non credere in Dio, ma tutto il sistema di verità imposte che può nascere intorno a una credenza.
7. Avete scelto ancora una volta di cantare in italiano. Quanto è importante per voi che ogni parola venga capita senza bisogno di traduzioni?
Gli Sfregio nascono come band che canta in italiano, la lingua in cui riusciamo a esprimerci nel modo migliore, soprattutto quando vogliamo giocare con controsensi, contraddizioni e ironia. Certo, sarebbe bello che tutti capissero i testi, soprattutto adesso che affrontiamo temi così importanti con “Non Credo”. Però non sono sicuro che cantare in inglese cambierebbe davvero le cose. Molto spesso, infatti, il testo passa in secondo piano e quello che arriva davvero al pubblico è l’attitudine della band. E se il pubblico riesce a cogliere quella, secondo me hai già fatto l’80% del lavoro.

8. La scena metal italiana è piena di band tecnicamente molto preparate. Voi avete scelto da sempre un’altra strada: immediatezza, riff, ritornelli e attitudine. È una scelta estetica o il vostro modo naturale di fare musica?
Non penso che il virtuosismo e l’esaltazione tecnica siano necessariamente tra le cose più importanti per una band. La preparazione tecnica conta, sicuramente: bisogna saper eseguire bene quello che si fa. Ma la nostra attitudine è un’altra: immediatezza, spontaneità e libertà di fare quello che ci viene naturale. Non andiamo certo alla ricerca di riff complicati o passaggi ultratecnici solo per dimostrare che anche noi sappiamo suonare. Quello che sappiamo fare, sappiamo farlo bene. Questo non significa che non ci piaccia spingerci oltre e sperimentare, magari esplorando anche altri generi. In questo album, per esempio, abbiamo inserito una ballad con il pianoforte. Ma, al di là delle singole scelte musicali, la nostra attitudine rimarrà sempre il nostro marchio di fabbrica: è la prima cosa che cerchiamo quando lavoriamo sui brani e quella a cui non vogliamo rinunciare.
9. Guardando alla vostra discografia, c’è un album che oggi ascoltereste con maggiore severità e che magari riscrivereste in modo completamente diverso?
Francamente, non cambierei nulla. Quando abbiamo scritto quegli album ci sentivamo così, ed è giusto che siano rimasti esattamente come sono. Tutte le esperienze che abbiamo vissuto in studio sono state meravigliose: sono stati esperimenti, abbiamo lavorato con persone diverse, siamo passati da uno studio all’altro e ogni volta abbiamo imparato qualcosa. Non penso nemmeno che sia giusto tornare indietro e dire: «Cambierei questo, cambierei quello». Quello che è stato, è stato. Preferiamo guardare avanti, soprattutto al lungo e faticoso tour che ci aspetta per presentare “Non Credo”. E poi ci sarà il futuro: qualcosa succederà sicuramente. Gli Sfregio continueranno a esistere.
