Con “De Reptilium Arcanis“, gli Infection Code tornano a esplorare le profondità più oscure della propria identità sonora, riaffermando il legame con il metal estremo e recuperando, al tempo stesso, lo spirito delle origini. Tra violenza, atmosfere cupe, istinto compositivo e riflessioni che scavano oltre la superficie della realtà, la band prosegue un percorso di evoluzione che non rinnega il passato, ma lo trasforma in un nuovo punto di partenza. Ne abbiamo parlato con Andrea Rasore, Bassista della band, che ci ha raccontato la genesi del disco, il ruolo dei singoli componenti nella definizione del sound, i cambiamenti della scena underground e la necessità di continuare a creare senza lasciarsi condizionare da schemi o aspettative.
1. La vostra musica ha sempre rifiutato classificazioni semplici. Come descrivereste il percorso che vi ha portato alla realizzazione di “De Reptilium Arcanis”?
“De Reptilium Arcanis” nasce dalla voglia di continuare sul sentiero iniziato con “In.R.I.”. Abbandonate alcune derive che negli anni ci hanno fatto uscire dall’ambito prettamente metal, abbiamo voluto tornare nel genere che sentivamo più “casa” e i ritorni da parte di pubblico e stampa ci stanno dando ragione. Con il rientro di Macha in formazione, poi, è stato anche un po’ come ritornare alle origini, dato che lui era con noi quando abbiamo registrato il nostro primo disco.
2. Il nuovo album sembra raccogliere molte delle esperienze maturate negli anni. Pensate che rappresenti una sintesi della vostra carriera oppure una nuova partenza?
Potremmo dire entrambi. Da un lato, sicuramente tanti anni di attività ti influenzano e ti portano anche a voler sintetizzare il percorso fatto; dall’altro, però, l’ultimo cambio di formazione con un “usato garantito” ha significato tornare a ciò che eravamo agli albori. Anche perché, se solo di sintesi si parlasse, significherebbe che non abbiamo più granché da dire, cosa che assolutamente non è. Anzi, abbiamo ancora moltissime idee per i prossimi lavori che usciranno, piccolo spoiler, prima di quanto crediate.
3. Quanto è importante per voi il concetto di evoluzione all’interno di una band estrema?
L’evoluzione è obbligatoria e inevitabile. L’età ti cambia, gli ascolti cambiano di conseguenza e le influenze cambiano di pari passo. Non riuscirei a concepire l’idea di fare la stessa musica per decenni. C’è chi lo fa (non faccio nomi, ma sappiamo tutti qualche nome) e mi chiedo sempre se sia per pigrizia, per incapacità o perché si sente intrappolato dentro una sorta di gabbia che, volente o nolente, lo costringe a rimanere entro certi binari. Noi, per fortuna, non abbiamo alcun impedimento e l’unico ostacolo alla nostra evoluzione è la nostra capacità compositiva. Inoltre, il recente ritorno di Macha e l’ingresso, un po’ meno recente, di Andrea hanno portato giocoforza un’evoluzione, sia in termini di composizione sia per quanto riguarda proprio il timbro che i nuovi brani hanno e avranno in futuro.
4. Gli Infection Code hanno sempre lavorato sul contrasto tra violenza sonora e atmosfere più oscure. Come nasce questo equilibrio?
Direi principalmente dalla nostra indole, da ciò che siamo noi. Nessuno di noi è una persona particolarmente solare e gioiosa come carattere; siamo tutti abbastanza “orsi”, anche se in modo diverso. Il nostro linguaggio espressivo è quello e, nonostante cambino formazione, stile, sonorità ecc., quello credo sia un punto fermo immancabile. In effetti, direi che violenza e oscurità siano i pilastri inamovibili degli Infection Code.

5. Il titolo “De Reptilium Arcanis” evoca qualcosa di nascosto e ancestrale. Quanto l’immaginario influenza la vostra musica?
Ormai sono anni che i nostri temi riguardano argomenti meno tangibili; anche questo lo attribuirei all’età, sia anagrafica nostra sia della band. Forse, quando sei più giovane, tendi a voler parlare più di ciò che ti sta intorno, di ciò che vedi, mentre con gli anni scavi nel profondo e ti rendi conto che ciò che ti circonda ogni giorno sono delle cazzate prive di importanza rispetto a riflessioni più profonde. Ciò non significa che il mondo circostante ci sia alieno e non conti nulla, ma… ecco, diciamo che, andando più a fondo, trovi delle chiavi di lettura e degli spunti di riflessione un po’ meno immediati. A tutto ciò si aggiunge la passione, soprattutto di Gabriele, per letture particolari, e questo si riversa direttamente sui testi.
6. La vostra proposta unisce tecnica e immediatezza. Come riuscite a evitare che la complessità diventi fine a sé stessa?
Onestamente, la tecnica non è mai stata un punto notevole. Nel senso, la tecnica c’è perché la mettiamo noi d’istinto, ma non c’è mai un momento in cui si voglia modificare qualcosa perché un passaggio è troppo semplice. I brani sono molto pensati, molto lavorati e molto articolati, ma tutto ciò fa comunque capo alla nostra parte più istintuale, per cui la tecnica, se c’è, deriva solo da ciò che siamo. C’è poco o nulla di studiato in tal senso.
7. Qual è il ruolo delle singole componenti della band nella costruzione del suono finale degli Infection Code?
Qual è il ruolo dei singoli ingredienti in una ricetta? La risposta è più o meno la stessa. Così come tutti gli ingredienti contribuiscono a creare il sapore finale, ognuno di noi contribuisce a rendere il suono quello che è oggi. Se prima parlavamo di tecnica non ricercata, lo stesso non vale per il suono, sia singolo sia d’insieme. Macha e Andrea hanno lavorato molto per creare un suono corposo e compatto (e non è raro che ricevano apprezzamenti dal pubblico suonante), che funzionasse bene e che si sposasse bene con la batteria pesante di Ricky. Gabri ha definito un timbro vocale personale e quasi “cremoso” e, alla fine, il tocco di Tommy Talamanca è la chicca che riunisce il tutto al meglio.

8. Quanto è importante per voi sorprendere l’ascoltatore attraverso soluzioni non prevedibili?
È importante? Non lo so. Anche qui è l’istinto a giocare il ruolo principale, quindi non stiamo troppo a farci seghe mentali su cosa fare per sorprendere chi ci ascolta, anche perché comporre è principalmente un bisogno che sentiamo noi, è una necessità emotiva che sentiamo e, per fortuna o purtroppo, non dobbiamo campare con quello. Per cui noi ci limitiamo a creare qualcosa di nostro, al meglio di ciò che sappiamo fare e, in primis, dando forma ai nostri incubi personali.
9. Dopo tanti anni nella scena underground, cosa pensate sia cambiato maggiormente nel modo di vivere la musica estrema?
Guarda, sinceramente, la cosa che sicuramente trovo sia più cambiata è l’approccio ai live, e parlo non solo di musica estrema, ma anche della musica più di nicchia in generale. Fino a non molti anni fa, il pubblico si muoveva a prescindere. Non andava al locale X perché suonava la band Y. Si andava al locale e basta, a prescindere, e arrivato lì scoprivi chi c’era. Alcune volte trovavi qualcuno di passabile, altre scoprivi delle perle, altre ancora suonava gente che ti faceva cagare… era una specie di roulette russa. Oggi, invece, il pubblico si muove molto più seguendo i nomi, grazie alla pubblicità via social, direi, e, seppur questo sia un aiuto per avere un seguito, allo stesso tempo ti sega le ali, perché chi non ti conosce non viene a sentirti. Questo trovo sia l’aspetto che più è cambiato da circa vent’anni a questa parte. Altro aspetto poco piacevole: noto che molte volte il pubblico, che si muove per sentire la band X, arriva subito prima che questa salga sul palco e va via subito dopo. Non è bello, non è molto rispettoso. Capisco se arrivi più tardi perché lavori, capisco andare via prima perché magari il giorno dopo lavori, ma, già che sei lì, goditi la serata e ascolta chi c’è. Io personalmente, così facendo, ho conosciuto band davvero valide. Ma non voglio essere solo negativo. Tra il pubblico ci sono ancora ragazzi, carne giovane, e questo fa molto piacere, anche perché poi sono spesso loro che fanno casino alla vecchia maniera sotto il palco.
10. Quale messaggio vorreste lasciare attraverso “De Reptilium Arcanis” a chi ascolta il disco per la prima volta?
Paura. Disagio. Dolore. Rabbia. Buio. Perché, alla fine, questo sono gli Infection Code.
