Recensione: WHATAFUCK “All My Faces”

Full-length, Independent (2026)

“All My Faces” l’ho trovato un disco che gira bene e che, soprattutto, ha qualcosa da dire. Non mi ha dato quella sensazione di roba costruita a tavolino per piacere a tutti, e già questa per me è una gran cosa. Qui dentro ci sento personalità, rabbia, qualche bella mazzata e anche quella giusta dose di oscurità che non guasta mai.

La prima cosa che mi ha preso sono state le voci. Cattive, ficcanti, belle incazzate quando serve. Hanno quel tiro che mi piace, senza bisogno di fare i fenomeni. Quando entrano si fanno sentire e danno subito un’identità precisa al disco. Io personalmente preferisco mille volte una voce con carattere, magari anche sporca e bastarda al punto giusto, piuttosto che una performance perfettina ma senz’anima. E qui di anima ce n’è.

L’atmosfera generale mi è piaciuta parecchio. Non è tutto un muro di cemento armato sparato a mille, e secondo me è proprio questo uno dei punti forti. Ci sono momenti più pesanti, altri più oscuri, altri ancora dove viene fuori una componente più malinconica e introspettiva. Ma il disco non perde mai quella sua certa tensione di fondo. Anche quando sembra mollare un attimo la presa, senti che sotto qualcosa continua a bollire.

E questa cosa, da vecchio metallaro, la apprezzo. Perché il metal per me non è solo quanto forte suona una chitarra o quanto velocemente si pesta sulla batteria. È soprattutto quello che ti rimane dentro quando il disco è finito. E All My Faces qualcosa me l’ha lasciato. Non saprei nemmeno dire una sensazione sola: ci ho trovato rabbia, inquietudine, malinconia e anche una certa voglia di mandare al diavolo quello che non torna.

Mi è piaciuto proprio perché non cerca di essere sempre cattivo per forza. Quando serve mena, quando serve crea atmosfera e quando serve ti lascia un po’ lì a respirare quello che hai appena sentito. Questo rende l’ascolto meno scontato e, almeno per me, fa venire voglia di rimetterlo su.

Un’altra cosa che ho apprezzato è che non mi è sembrato un album usa e getta. Al primo ascolto ti arriva una certa impressione, poi lo rimetti su e inizi a beccare altre sfumature. Non è uno di quei dischi che dopo venti minuti hai già capito tutto e puoi tranquillamente passare oltre. Qui qualcosa da scavare secondo me c’è.

Alla fine All My Faces mi ha convinto. Non sto qui a gridare al miracolo o a raccontare che hanno reinventato il metal, perché dopo tutti questi anni ne ho sentite fin troppe di rivoluzioni annunciate. Però quando un gruppo riesce a tirare fuori un album con carattere, con delle voci che mi piacciono, un’atmosfera bella scura e una certa sincerità di fondo, io mi considero già soddisfatto.

Insomma, l’ho trovato un disco che ha le palle, senza bisogno di esagerare. Ha i suoi momenti cattivi, quelli più riflessivi e quelli dove semplicemente ti lasci trasportare dal mood. Non mi ha lasciato indifferente, e per me questa è già una vittoria. Perché alla fine, dopo una vita passata a consumare dischi, quello che cerco ancora è proprio questo: qualcosa che quando finisce non mi faccia pensare “vabbè, il prossimo”, ma mi faccia venire voglia di premere di nuovo play.

Abigail

Tracklist:
1. Introspective
2. Never Give Up
3. Point of No Return
4. Kiss of Keratis
5. All My Faces
6. I Will Be the One
7. Dead Inside
8. Android (bonus track)
9. Rage of My Memory
10. Religion and Godz (feat. Marco Calabrese)
11. Inside My Space

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *