Dopo aver esplorato gli abissi infernali con “Tales From Hell”, i Darkhold proseguono il loro ambizioso percorso concettuale con “Centuries of Purgatory“, un album che amplia la visione della band e la proietta verso una dimensione più umana, inquietante e attuale. Il Thrash Metal rimane il cuore pulsante del progetto, ma la scrittura si arricchisce di nuove sfumature atmosferiche e di una riflessione profonda sui vizi, sulle paure e sulle contraddizioni della società contemporanea. Abbiamo incontrato Claudio Facheris per parlare della nascita del disco, dell’evoluzione del sound, del legame con Dante e della filosofia che continua a guidare il concept dei Darkhold.
1. Direste che “Centuries of Purgatory” rappresenta un’escalation piuttosto che una semplice evoluzione del vostro sound?
Claudio: “Centuries of Purgatory”, dal mio punto di vista, rappresenta entrambe le cose. Musicalmente è di certo un balzo deciso e profondo verso altri territori sonori e nuove sfumature concettuali, come era già pianificato che fosse, ma è anche la naturale evoluzione della band, delle persone che la compongono e della musica che creano, con lo scorrere della vita quotidiana, vero perno di tutto l’album. A livello personale negli ultimi anni siamo cambiati, abbiamo affrontato la quotidianità delle nostre vite, con i loro problemi e le loro sfide, abbiamo visto fare la stessa cosa al mondo che ci circonda, e quindi oggi, come non mai, il Purgatorio e i suoi Vizi strisciano indisturbati sulla Terra senza freno alcuno; tutto ciò è decisamente marcato sia nei testi sia nella musica di “Centuries of Purgatory”, nel quale contemporaneamente si possono trovare energia e disperazione, volontà e arrendevolezza, tutto comunque subordinato a un’enorme Paura di base.
2. Dopo “Tales From Hell” avete deciso di abbandonare l’immaginario fantastico e dantesco per affrontare un purgatorio molto più umano e contemporaneo. Quando avete capito che era arrivato il momento di cambiare prospettiva?
Claudio: Se “Tales From Hell” definiva l’Ucronia di un passato fantastico immerso in una visione infernale dell’esistenza, questo nuovo album è letteralmente radicato nell’Agonia di un presente asfissiante e malato: i Peccati non sono più attribuibili a possibili scelte sbagliate a seconda di strade diverse intraprese, ma sono paurosamente ancorati a decisioni volute, giornalmente perpetrate perché contemporaneamente schiave e dominatrici del relativo Peccato, che non a caso in Purgatorio viene chiamato e ben definito come Vizio. Un Vizio è chiaramente di base un Peccato, ma è ancora più subdolo perché è ragionato, voluto, temuto, desiderato; un “Odi et Amo” dal quale non ci si riesce a liberare. Non c’è stato quindi un vero cambio di prospettiva ma, piuttosto, nella più totale semplicità, un passaggio di consegne tra la fantasia ancorata a determinate radici distorte e la realtà quotidiana, persa nei suoi desideri più spudorati e nelle sue paure più viscerali, a definire inesorabilmente ciò che davvero c’è dentro ognuno di noi…

3. Il vostro secondo album sembra mostrare una band più consapevole dei propri mezzi. Quali sono state le principali differenze nel processo creativo rispetto al debutto?
Claudio: Le idee per “Centuries of Purgatory” in verità erano chiare sin da prima della costruzione musicale dell’album, perché definite dalla linea tematica basata sui Vizi Capitali all’interno delle Cerchie Purgatoriali dantesche; da qui si è partiti con strutture ritmiche che potessero rispecchiare il mood di ogni brano in relazione alla tematica stabilita e, quasi in contemporanea, ma come parte terminale, con la scrittura delle liriche. Infine si sono perfezionati gli arrangiamenti e i pattern di ogni strumento, con una preproduzione per singolo strumento che, di volta in volta, associata nell’ascolto agli altri strumenti, ha definito la visione finale delle composizioni stesse.
4. Il Thrash Metal rimane il cuore pulsante dei Darkhold, ma in “Centuries of Purgatory” emergono atmosfere più cupe e strutture più articolate. È stata una direzione cercata oppure un’evoluzione naturale della vostra scrittura?
Claudio: I Darkhold sono un progetto concept che crea album concept, proprio perché, nel vero senso del termine, vuole raccontare una storia lunga e articolata. Essendo il Darkhold il Libro dei Peccati, significa che ogni album è un capitolo nuovo da leggere e capire, legato ai precedenti e ai successivi per un motivo ben preciso; è tutto già lì, nell’aria, che aspetta solo di essere musicato e scritto… Lo respiri nell’aria, in casa e fuori, lo vedi in TV o dal vivo, lo ascolti in radio o nei podcast, lo percepisci pesantemente negli occhi di chi ti circonda: persone di ogni tipo di estrazione sociale e culturale, al lavoro, in posta, al ristorante, al cinema, ai concerti, in vacanza, in un tribunale o in una prigione, in un parlamento o in un luogo di culto di qualunque religione. Tutto insieme: Vizio e Paura, in un balletto estenuante, una commedia dell’arte, un gioco delle parti dove perdono tutti allo stesso modo…
5. Brani come “Ghost Shadows”, “Roots Of Arrogance” e “The Hunger Cave” mostrano sfumature diverse della vostra identità. C’è un pezzo che secondo voi rappresenta meglio il nuovo volto della band?
Claudio: Così come i brani di “Tales From Hell”, anche quelli di “Centuries of Purgatory” hanno una disposizione ben precisa all’interno della tracklist, proprio perché ricalcano la suddivisione in Cerchie dell’opera dantesca, ovviamente con l’apertura di un Anti-Purgatorio e la chiusura di un’entrata al Paradiso Terrestre. Proprio per questo motivo ogni brano, musicalmente e testualmente, ha sfumature diverse dagli altri, perché per ogni passaggio c’è una sensazione emotiva diversa, asfissiante, ruvida, inevitabile e ineliminabile. Se devo esprimere delle preferenze posso sicuramente citare il passo moderno di “Roots Of Arrogance”, la scontrosità di “Jangled Nerves”, la marzialità di “The Hunger Cave” e la decadenza di “Lost In Lust”, ma in realtà ognuno dei nove brani rappresenta la nostra evoluzione e il nostro cambiamento, come persone e come musicisti, in un perenne scambio creativo che è ben lontano dall’essere sazio e seduto su posizioni comode…
6. La scena Thrash italiana sta vivendo una fase interessante, con molte realtà che cercano di proporre qualcosa oltre il semplice tributo al passato. Come vedete oggi il movimento metal italiano?
Claudio: Io lo vedo sempre bene, da sempre in realtà, ma chiaramente ogni anno con protagonisti e finalità differenti. Sono sulla piazza da ventinove anni ormai; di band validissime ne conosco davvero tante, ma sono sicuro che tante ne citerei quante, colpevolmente, ne dimenticherei. La mia verità sta nel fatto che ognuna di quelle che ho conosciuto, ascoltato e con cui ho condiviso o meno il palco, e non solo lombarde, abbia avuto e abbia tuttora qualcosa da dire, pur rimanendo in un ambito underground, tanto pieno di rabbia e contraddizioni quanto carico di arte e talento, ma comunque sempre vivo e pulsante. Per questo invito chiunque voglia davvero capire questo sottobosco a vivere i concerti e a usare intelligentemente i social per confrontarsi musicalmente e testualmente con queste realtà, non semplicemente per incontrarsi fugacemente dal vivo, farsi un selfie o bersi una birra in compagnia. Cose che, ovviamente, ci stanno eccome, per carità, ma che non dovrebbero essere le uniche esperienze da voler condividere con chi fa musica metal in Italia oggi.

7. Quanto è importante per voi mantenere un legame con la tradizione della Bay Area senza trasformare questa influenza in un limite creativo?
Claudio: Che noi, io in primis, si sia figli di quel tipo di sonorità, tematiche e movimento direi che non solo è stranoto, ma, anche se non lo fosse, sarebbe decisamente evidente. E non solo perché, come stadio embrionale del progetto Darkhold, siamo stati negli ultimi anni anche l’unica tribute band europea ai Testament: più Bay Area di così si muore! Sin da tempi immemori, e quindi personalmente anche con i progetti passati, non sono mai stato fossilizzato su stilemi già adoperati o su sonorità e tematiche usate e abusate. A livello creativo non ho mai scimmiottato o plagiato i padri putativi del genere, ma piuttosto ho provato a ricercare band e brani meno noti e meno mainstream perché ho sempre creduto, prove alla mano, che nel sottobosco più o meno underground ci fosse veramente quel quid in più capace di segnare una nuova strada interpretativa del nostro amato genere, tanto da creare musica in modo naturale senza nemmeno pensare agli stilemi standard o ai limiti del genere imposti chissà quando e da chissà chi…
8. In “Centuries of Purgatory” emerge una maggiore attenzione alla costruzione atmosferica. Quanto lavoro c’è dietro l’equilibrio tra aggressività e momenti più riflessivi?
Claudio: Questa domanda si allaccia perfettamente alla definizione funzionale di uno o più riff, di chitarra o basso, di un pattern di batteria o di una linea vocale, in relazione all’espressività e all’importanza tematica richiesta al brano nel suo “scheletro strutturale”. Diciamo che, per esempio, usare un riff lento e cadenzato, con magari un cantato melodico, per definire un Vizio Capitale come l’Ira difficilmente potrebbe centrare il bersaglio se comparato con un riffing veloce e massiccio e un cantato aggressivo, proprio perché determinati tempi e modi si mettono direttamente al servizio del tema trattato, almeno secondo la nostra idea personale. Per questi motivi ogni brano, a seconda del riff portante, del ritmo o di un embrionale cantato, mentre viene creato viene anche analizzato e inserito nella posizione più adatta al tema trattato, per poi essere sviluppato e costruito in maniera assolutamente creativa ma nel rispetto della storia che si vuole raccontare. È più facile a dirsi che a farsi, in verità: c’è un notevole lavoro alle spalle e tante volte si sono affrontate determinate problematiche in apnea, senza sosta e in modo serrato. Tutto ciò si riflette inevitabilmente nel brano stesso, che trasuda, positivamente o negativamente, emozioni vere e sincere, come una totale immedesimazione nel tema trattato. Per giungere però alla composizione finale di ogni brano i riff creati, e poi scartati, sono stati tanti per molteplici ragioni, ma comunque funzionali fino all’osso alla ricerca della soluzione migliore. Molte idee sono ovviamente rimaste nel cassetto per i progetti compositivi futuri, ma non è detto che vedranno per forza la luce, perché bisognerà capire quanto potranno essere adatte alle tematiche che svilupperemo nei prossimi album…
9. Il disco sembra avere una forte identità sia musicale che concettuale. Quanto ritenete importante, oggi, realizzare album che abbiano una visione complessiva e non siano semplicemente raccolte di canzoni?
Claudio: Per noi questa visione è assolutamente fondamentale proprio perché è alla base del progetto Darkhold, dove, come dicevo in precedenza, ogni album è il capitolo di un libro articolato e complesso. Tutto ha un senso ben preciso che chiaramente non deve e non vuole essere rivelato da subito, altrimenti si svuoterebbe inevitabilmente di interesse, mistero e pathos creativo. Il risultato sarebbe appunto solo un insieme di brani messi lì a casaccio, come se farli fosse quasi un obbligo o un fastidio, senza trasmettere il proprio messaggio fino in fondo proprio perché incapace di muoversi all’unisono. Nel nostro caso il Peccato ci domina e ci guida, ci perdona e ci punisce, ci fa vivere e morire, dentro e fuori, in continuazione, giorno dopo giorno. Ma c’è uno scopo in tutto questo e, seguendoci nel nostro viaggio, lo scoprirete insieme a noi…
10. Guardando al futuro, “Centuries of Purgatory” rappresenta un punto di arrivo o il primo passo verso una nuova fase dei Darkhold?
Claudio: Come detto prima, il progetto Darkhold, in quanto concept che crea concept, è partito dall’Inferno e sta transitando nel Purgatorio, per arrivare ovviamente al Paradiso, quell’obiettivo tanto agognato da tutti anche se, in verità, nessuno se lo merita davvero. Nella nostra visione sarà proprio il frutto delle azioni della nostra vita purgatoriale sulla Terra a generare ciò che la “luce” in fondo al tunnel vorrebbe essere, ma che in realtà sarà ben diversa da ogni tipo di aspettativa creatasi precedentemente, esulando completamente dall’immaginario collettivo e basandosi invece su una visione destabilizzante della realtà. Credo sia meglio fermarsi qui per evitare qualunque tipo di spoiler, senza però dimenticare che questi costrutti sono prettamente umani e che, in verità, nello spazio e nel tempo c’è ben oltre. Perché il Peccato non ha padrone né creatore, se non sé stesso; non conosce confini o giurisdizioni emotive e fisiche, non ha pietà e non ha obiettivi reali, non avrà fine e non se ne trova il principio. Trascende regole e leggi universali, ma vuole solo una cosa: essere vissuto, respirato e divulgato.
