I 30 Denari sono una band che da anni lavora al confine tra metal, industrial e post-punk, sviluppando un linguaggio sonoro personale che mescola elettronica, chitarre e atmosfere cinematografiche. In questa intervista raccontano il loro processo creativo, le scelte tecniche, le collaborazioni e l’approccio alla produzione, offrendo consigli preziosi per chi vuole muoversi in territori sonori complessi e contaminati. Trovate la nostra recensione al loro nuovo album, “Kindly Plotting For Riot”, QUI.
1. Come nasce un brano dei 30 Denari a livello tecnico?
Non c’è una formula precisa, un brano dei 30 Denari nasce quasi sempre da un’atmosfera prima ancora che da una canzone vera e propria. Più che partire dalla classica struttura rock, spesso iniziamo da un suono, un loop, una texture o una pulsazione che riesca subito a evocare un’immagine precisa. Può essere un drone disturbato, una sequenza di synth, un beat sporco o anche semplicemente un rumore processato nel modo giusto. Da lì comincia una fase molto istintiva di costruzione: accumuliamo materiali, campioniamo, programmiamo batterie, creiamo stratificazioni di synth e chitarre cercando di capire quale identità stia emergendo dal brano. In questa fase lavoriamo molto per suggestioni e contrasti: tensione e vuoto, impatto e silenzio, componente umana ed elemento meccanico. Le chitarre raramente arrivano subito come riff completi. Spesso entrano come texture ritmiche, linee minimali, feedback, riverberi o parti ripetitive che dialogano con sequencer e drum machine. Solo più avanti capiamo se il pezzo richiede davvero una struttura più “rock” oppure qualcosa di più ipnotico e cinematografico. Poi arriva la parte forse più importante e difficile: togliere. Negli anni abbiamo capito che l’identità di un brano non nasce da quante cose aggiungi, ma da ciò che decidi di lasciare respirare. Quindi iniziamo a eliminare frequenze, arrangiamenti, sovrastrutture inutili, cercando di far emergere solo quello che serve davvero all’emotività del pezzo. A quel punto il brano comincia quasi a suggerire da solo la direzione: ci dice se ha bisogno di diventare aggressivo, rituale, malinconico o claustrofobico. Allora Crez la fa sua e mette le parole che quel brano gli fa nascere dentro. E solo alla fine entra davvero la dimensione “band”. Per noi è fondamentale che tutto quello che nasce in studio possa poi trasformarsi in qualcosa di vivo sul palco. Quindi ogni arrangiamento viene ripensato anche in funzione dell’impatto live: il dialogo tra batteria e macchine, gli spazi delle chitarre, le dinamiche, il peso fisico delle basse frequenze. In fondo il nostro processo tecnico è sempre stato questo: prendere qualcosa di artificiale e cercare di farlo sanguinare un po’.
2. Che tipo di drum machine o programmazione avete utilizzato per i beat?
Per i beat abbiamo sempre cercato un equilibrio tra impatto meccanico e componente umana. Non ci interessava avere una drum machine “perfetta” nel senso sterile del termine: volevamo qualcosa che suonasse fisico, sporco, quasi industriale, ma che lasciasse comunque respirare il brano. Negli anni siamo passati attraverso approcci diversi. All’inizio c’era molta programmazione classica, fortemente legata all’estetica industrial degli anni ’90: pattern rigidi, casse dritte, rullanti compressi e suoni campionati da macchine storiche o processati pesantemente. L’influenza di band come Skinny Puppy, Front Line Assembly o dei primi Nine Inch Nails era inevitabile. Ma noi siamo прежде di tutto una live band, quindi ogni scelta fatta in studio deve poter vivere davvero anche sul palco. Per questo la relazione tra macchina e batterista è diventata centrale: devono respirare insieme, diventare il cuore pulsante dei 30 Denari. Per motivi pratici ma anche artistici, Lorenzo ha registrato utilizzando una batteria ibrida elettronica/acustica. Questo ci permette di inviare e ricevere segnali MIDI con facilità, integrare campioni, controllare dinamiche e usare di volta in volta i suoni che funzionano meglio all’interno dei vari brani senza perdere l’impatto umano della performance reale. Con il tempo abbiamo iniziato a trattare i beat quasi come fossero uno strumento vivo. Molte parti nascono da sequenze programmate, ma vengono continuamente contaminate: micro-imperfezioni ritmiche, layer di percussioni reali, saturazioni, distorsioni parallele, riverberi corti e automazioni dinamiche. Spesso campioniamo suoni nostri oppure manipoliamo campioni esistenti fino a renderli irriconoscibili, cercando sempre la giusta dimensione emotiva e sonora. Ci piace quando il beat sembra una macchina sotto pressione, qualcosa che pulsa in maniera quasi organica e che dà l’impressione di poter collassare da un momento all’altro. Lavoriamo molto per stratificazione: una cassa elettronica precisa e controllata sotto, un layer più sporco o acustico sopra, transienti trattati separatamente e piccoli dettagli ritmici nascosti che magari non si percepiscono subito con l’orecchio, ma arrivano allo stomaco. Più che inseguire una drum machine specifica, abbiamo sempre cercato un’identità sonora precisa: beat che non fossero semplicemente “elettronici”, ma cinematici, nervosi, ipnotici. Qualcosa capace di convivere con le chitarre senza trasformarsi né in pura EBM né in metal tradizionale.
3. Come integrate le chitarre con le componenti elettroniche senza sovraccaricare il mix?
Questa è una bella sfida. Io mi sono avvicinato all’industrial rock/metal molti anni prima dell’esplosione di Nine Inch Nails. Ho preso ispirazione da realtà come Treponem Pal, The Young Gods, Skinny Puppy e soprattutto dai seminali Disciplinatha — e per noi è stato anche un onore avere Cristiano Santini come producer del nostro primo EP. Negli anni ho sbagliato tantissimo, ho distrutto e ricostruito il mio approccio più volte. Nel frattempo sono uscite moltissime band ibride che hanno aperto nuove strade e insegnato modi diversi di fondere chitarre ed elettronica: Gary Numan, Laibach, Tiamat, Beyond Dawn. E poi, per me, resta un disco-faro: Host dei Paradise Lost. Con il tempo ho capito una cosa fondamentale: la chitarra non deve necessariamente suonare “grande” tutto il tempo. Spesso funzionano meglio arpeggi, texture ambientali, palm mute ritmici o linee singole che dialogano con sequencer e pad, invece dei classici muri di accordi aperti continui. Le chitarre diventano davvero efficaci quando iniziano a parlare con il linguaggio dell’elettronica: accenti sincronizzati con gli hi-hat, pattern sincopati, interplay ritmico con drum machine e synth. Anche il controllo delle frequenze e del riverbero è essenziale: bisogna lasciare spazio, togliere bassi inutili, aprire le chitarre ai lati e trasformarle in una trama che sostiene il brano, non in un blocco che soffoca tutto. Alla fine ho imparato che chitarre ed elettronica non devono combattersi per stare al centro della scena. Funzionano davvero solo quando imparano a respirare insieme.
4. Avete seguito una produzione interna o vi siete affidati a qualcuno esterno?
Dopo una lunga fase di pre-produzione e premix nel nostro studio, per il mix finale ci siamo affidati a Ivan Moni Bidin presso Artesonika Recording Studio. Ivan, oltre a essere un grande musicista, ha avuto un ruolo fondamentale nel mettere a fuoco le nostre idee e nel dare una direzione più chiara al suono del disco. Ha un’enorme esperienza sia come fonico live che come producer in studio e ha lavorato con realtà come Pathosray, Visions of Atlantis, Starsick System e diversi progetti dell’area progressive e industrial. Insieme a lui siamo riusciti a trovare la quadra definitiva di Kindly Plotting For Riot. È stato capace di valorizzare sia la nostra anima più teatrale e cinematica, sia quella più diretta, nervosa e psicotica, mantenendo equilibrio tra l’impatto delle chitarre, la componente elettronica e tutta la profondità atmosferica del disco. Più che una semplice collaborazione tecnica, è stato un vero lavoro di interpretazione del nostro linguaggio sonoro.

5. Il suono è molto compatto: quanto lavoro c’è stato in fase di mix?
C’è stato davvero tantissimo lavoro in fase di mix, probabilmente più di quanto ci aspettassimo all’inizio. Per un disco come Kindly Plotting For Riot la vera sfida non era rendere tutto “grosso”, ma riuscire a far convivere elementi molto diversi senza perdere impatto, dinamica e identità. Avevamo tantissimi layer: chitarre, synth, sequenze, batterie ibride, campioni, rumori, riverberi e texture ambientali. Il rischio di creare un muro indistinto era altissimo. Per questo gran parte del lavoro è stata quasi “scultorea”: togliere frequenze inutili, lasciare spazio tra gli strumenti, capire chi dovesse stare davanti e chi invece diventare atmosfera. Con Ivan Moni Bidin abbiamo lavorato molto sulla profondità del mix. Anche la gestione delle basse frequenze è stata fondamentale perché quando lavori con chitarre distorte, synth, sub e batterie elettroniche basta pochissimo per perdere definizione. Quindi c’è stato un enorme lavoro di incastri, automazioni e controllo dinamico per mantenere il mix compatto ma ancora respirabile. Molte volte abbiamo preferito rinunciare a qualcosa piuttosto che aggiungere. Negli anni abbiamo capito che la pesantezza non nasce necessariamente dalla quantità di suoni, ma da quanto ogni elemento riesce ad avere un peso preciso dentro il brano. Alla fine credo che la compattezza del disco derivi soprattutto da questo: tutto è stato pensato per funzionare insieme, non per emergere singolarmente. Volevamo che l’ascoltatore percepisse il disco come un flusso unico, denso e inquieto, più che come una somma di strumenti separati.
6. Che tipo di accordature e suoni di chitarra avete scelto?
Non siamo amanti di accordature ribassate o troppo “strane”, quindi partiamo da una standard. La sfida vera è stata trovare un suono di chitarra che non venisse divorato da synth ed elementi elettronici. Con così tanti strati, le distorsioni tendono facilmente a impastarsi, quindi ho scelto ampli meno saturi tipo i vecchi VOX AC30 e FENDER Twin Verb. Ho lavorato molto sugli effetti di modulazione, flanger e chorus, nella tradizione delle band post-punk con cui siamo cresciuti, come Siouxsie and the Banshees, Bauhaus e Killing Joke. A questo ho aggiunto una dose massiccia di delay, usando gli echi per costruire paesaggi ritmici: meno note ma più spazio, lasciando che siano gli accenti dei delay a muovere tutto. Allo stesso tempo, dalla mia esperienza metal mi porto dietro l’impatto e la profondità delle valvole di una testa e cassa Mesa Boogie, che danno quella spinta in più quando serve.
7. Come gestite le dinamiche in un contesto così “teso”?
Le dinamiche le gestiamo lasciandoci guidare da un istinto che negli anni si è raffinato. È un istinto costruito su tonnellate di musica che si sono stratificate nel nostro sangue e da lì partiamo per modellare e raffinare il nostro suono. In un contesto così teso anche il minimo cambiamento pesa: togliere può essere più forte che aggiungere, così come spingere forte quando serve. La parte più difficile è capire cosa far emergere davvero: tra tutti gli strati e i livelli di lettura possibili scegliere cosa portare in superficie e cosa lasciare sotto. È sempre un equilibrio tra trattenere e rilasciare, ma guidato da quell’esperienza accumulata che ci dice fin dove possiamo spingerci senza perdere il senso.
8. Le voci ospiti come Rykarda Parasol aggiungono profondità: come avete lavorato sugli arrangiamenti vocali?
Per noi le collaborazioni vocali non sono mai state semplici “featuring”, ma veri incontri emotivi e artistici. Ogni voce ospite ha portato dentro il disco una sensibilità diversa e gli arrangiamenti vocali sono nati cercando di lasciare spazio alla personalità di ciascuno senza forzare nulla. Con Numa Echos, che vive vicino a noi e che consideriamo quasi una sorella spirituale, tutto è stato molto naturale: ci siamo trovati direttamente in sala prove e abbiamo lavorato insieme sulle dinamiche e sull’amalgama delle voci, lasciando che il brano prendesse forma in modo spontaneo, quasi istintivo. Per le altre collaborazioni invece abbiamo lavorato a distanza, ma sempre con un approccio molto aperto: abbiamo dato totale libertà interpretativa, cercando persone capaci di entrare davvero nell’energia del pezzo e nelle immagini evocate dai testi. Federica Saraceni dei Les Long Adieux, per esempio, ha una delle voci più intense e riconoscibili della scena wave/rock italiana contemporanea e la sua interpretazione ci ha colpiti profondamente, riuscendo a dare al brano una dimensione emotiva piena di sfumature, tensione e colori vividi. Su The Horizon, invece, il lavoro con Rykarda Parasol è stato qualcosa di molto speciale: Rykarda non ha partecipato soltanto vocalmente, ma ha collaborato anche alla scrittura del testo, portando dentro il brano la sua sensibilità poetica e il suo immaginario oscuro e cinematografico. A quel punto è stato Crez a lavorare sull’interpretazione emotiva di quelle parole, cercando il giusto equilibrio tra fragilità, tensione e intensità narrativa. Rykarda è un’artista che ammiriamo moltissimo da anni: nel panorama indipendente internazionale ha costruito un percorso unico e profondamente personale, lontano dalle logiche più prevedibili del mercato. Il suo modo di fondere folk oscuro, atmosfere noir, wave e suggestioni cinematiche ha sempre avuto qualcosa di estremamente libero e autentico. Ogni suo disco sembra appartenere a un mondo sospeso, intimo e inquieto allo stesso tempo. Quando abbiamo iniziato a collaborare con lei abbiamo ritrovato esattamente quella sensibilità che ci aveva affascinati fin dai primi ascolti, anzi il suo contributo su The Horizon ha superato ogni aspettativa, aggiungendo al brano una profondità emotiva e narrativa che difficilmente avremmo potuto raggiungere da soli.
9. Quanto è importante oggi l’aspetto produttivo rispetto alla scrittura?
Oggi l’aspetto produttivo è fondamentale: una band deve avere un suono che sappia interpretare al meglio le proprie idee e che regga il confronto con un fantastilioni di nuove band che escono ogni giorno. La produzione è diventata parte integrante del linguaggio musicale stesso, una sorta di biglietto da visita. Detto questo, non può e non deve sostituire il cuore di una band: saper suonare bene, essere ben amalgamati, coesi e avere qualcosa da dire restano il centro di tutto. Il suono può amplificare, tradurre e spingere un’idea più lontano, ma senza scrittura e intenzione solide rischia di diventare solo superficie. Infine, i pezzi devono reggere la prova del palco, dove non c’è nessun producer che ti può salvare.
10. Che consigli dareste a chi vuole muoversi tra industrial e post-punk?
Il primo consiglio è probabilmente quello di non vivere i generi come confini rigidi. Le realtà più interessanti nate tra industrial, post-punk e darkwave hanno quasi sempre trovato una voce personale proprio contaminando linguaggi diversi, senza preoccuparsi troppo delle etichette. Ascoltare tanto è fondamentale, ma ancora più importante è capire perché certi dischi funzionano emotivamente. Band come The Young Gods, Skinny Puppy, Joy Division, Killing Joke, Nine Inch Nails, Laibach o Ministry hanno tutte trovato un’identità fortissima perché non cercavano di imitare una scena: stavano trasformando tensioni personali, sociali ed emotive in suono. Dal punto di vista tecnico, il consiglio è imparare a lavorare per sottrazione: noi stiamo ancora imparando a farlo. Quando si mischiano elettronica, chitarre, riverberi e drum machine il rischio di riempire tutto è enorme. Spesso invece sono gli spazi, le ripetizioni e le imperfezioni a creare atmosfera. E soprattutto non abbiate paura di evolvere. Molte band rimangono prigioniere dell’immaginario del genere — stessi suoni, stessi riverberi, stessa estetica. Ma le cose più vive nascono quando si porta dentro queste sonorità qualcosa di personale, contemporaneo e magari anche estraneo alla scena stessa. Alla fine credo che il punto sia questo: non cercare di “suonare industrial” o “suonare post-punk”, ma trovare un modo sincero di trasformare inquietudine, romanticismo, alienazione o rabbia in un linguaggio sonoro che appartenga davvero a voi. Grazie di cuore per questo spazio che ci avete dato e per il supporto alla scena underground.
Siti ufficiali:
– MY KINGDOM MUSIC:
https://linktr.ee/mykingdommusic
– 30 DENARI:
https://www.facebook.com/30denariband
https://www.instagram.com/30denariband
