Dopo un lungo silenzio discografico durato oltre dieci anni, i Motus Tenebrae tornano sulle scene con “In Sorrow’s Requiem“, un lavoro che segna un nuovo capitolo nel percorso della storica formazione gothic doom italiana. Più maturo, introspettivo e stratificato rispetto al passato, il nuovo album esplora temi legati al lutto, alla perdita e alla ricerca di una forma di redenzione attraverso il dolore, mantenendo intatta l’identità oscura e malinconica che da sempre contraddistingue la band. Abbiamo parlato con il gruppo per approfondire la genesi del disco, il processo compositivo e produttivo, le influenze che ne hanno plasmato il sound e la loro visione della scena gothic doom contemporanea.
1. Potete raccontarci la genesi di “In Sorrow’s Requiem”?
La genesi e la costruzione di “In Sorrow’s Requiem” affondano le radici in un periodo di profonda introspezione e cambiamento per noi, sia dal punto di vista personale che artistico. Dopo la pubblicazione di “Deathrising” e dopo 10 anni di silenzio, abbiamo avvertito l’esigenza di esplorare territori ancora più oscuri e viscerali. I primi riff e le prime bozze liriche sono nati in maniera naturale, come un bisogno di dare forma e voce a un senso di perdita e di inevitabilità. Il concetto del “requiem” è diventato subito il filo conduttore, non solo come un lamento per ciò che non c’è più, ma come una celebrazione solenne e dolorosa della fine.
2. In che modo questo album rappresenta un’evoluzione rispetto a “Deathrising”?
Se “Deathrising” era un album potente, rabbioso e ancorato a dinamiche death/doom più quadrate e aggressive, “In Sorrow’s Requiem” rappresenta per noi una maturazione più espressiva. Abbiamo lavorato molto di più sulle sfumature degli arrangiamenti e il songwriting è diventato più stratificato. Le parti veloci e opprimenti sono bilanciate da aperture melodiche più ragionate; i tempi si sono fatti, a tratti, più dilatati e teatrali, e la componente emotiva ha preso il sopravvento sulla pura violenza sonora. Lo sentiamo e lo viviamo come un disco più maturo, cupo e, paradossalmente, più elegante.
3. Quali sono i principali temi lirici affrontati nel disco?
L’album è un viaggio musicale attraverso il lutto, l’accettazione del vuoto e la transizione. I testi affrontano la perdita e l’assenza, il dolore straziante che lascia chi se ne va e la difficoltà di colmare quel vuoto. È presente anche una riflessione sulla solitudine e sulla fragilità della vita, con un occhio ben aperto alla decadenza spirituale. In sintesi, si tratta di una sorta di ricerca di un senso o di una luce in un contesto di totale desolazione. Abbiamo cercato volutamente di fare di ogni traccia un manifesto della sofferenza interiore.
4. Come descrivereste il vostro sound a chi non vi conosce?
A chi si accosta ai Motus Tenebrae per la prima volta, descriveremmo il nostro sound come un muro sonoro imponente, cupo e intriso di malinconia. È una miscela di riff di chitarra pesanti e monolitici, tipici del doom, accelerazioni improvvise e il tutto avvolto da atmosfere decadenti, melodie d’ispirazione gotica e arrangiamenti orchestrali che creano un’andatura solenne, quasi cinematografica.

5. Quali sono state le principali influenze musicali durante la composizione?
Durante la composizione ci siamo lasciati ispirare dai grandi classici del genere e, tra le influenze principali, possiamo citare i pilastri del gothic/doom degli anni ’90, come i primi Paradise Lost, My Dying Bride e Moonspell. Probabilmente anche qualcosa delle atmosfere svedesi e malinconiche di band come Katatonia e Draconian. Sicuramente ha avuto un ruolo importante anche la musica classica e sinfonica, soprattutto nella gestione delle dinamiche e dei momenti più atmosferici.
6. Come si è svolto il processo di registrazione e produzione?
Il processo è stato lungo, meticoloso ma estremamente divertente, dato che non avevamo alcuna pressione contrattuale. Abbiamo registrato le sezioni ritmiche e le chitarre cercando di mantenere un impatto il più possibile organico e reale, evitando l’eccessiva digitalizzazione che a volte appiattisce il metal. Successivamente ci siamo dedicati alla stratificazione delle voci e delle tastiere. In fase di mixaggio e mastering l’obiettivo è stato chiaro fin da subito: ottenere un suono enorme, profondo nei bassi, ma capace di far respirare ogni singolo dettaglio e ogni melodia di chitarra o di synth.
7. Che ruolo hanno tastiere e programmazioni nel vostro sound attuale?
Rispetto al passato, le tastiere e le programmazioni hanno assunto un ruolo fondamentale e più centrale, non più come semplice contorno o riempimento, ma come veri e propri elementi strutturali e, in alcuni casi, solisti. Abbiamo utilizzato tappeti orchestrali, archi e violini per enfatizzare la drammaticità dei brani, oltre a inserti elettronici discreti e a un sound design cupo per conferire una sfumatura quasi claustrofobica ad alcuni passaggi. Tutto questo ci ha aiutato a creare un contrasto efficace tra la pesantezza delle chitarre e la componente melodica.

8. Avete già pianificato attività live per supportare l’album?
Attualmente no, dato che il nostro cantante vive in Russia e tornerà all’inizio del prossimo anno. Contiamo di iniziare l’attività live nel 2027. Per noi il palco è la dimensione naturale per questo genere di musica.
9. Come vedete la scena gothic doom oggi, in Italia e all’estero?
Il gothic doom è un genere di nicchia, ma vanta una fanbase incredibilmente fedele ed esigente. All’estero, specialmente nel Nord e nell’Est Europa, esiste un circuito molto solido, con festival dedicati e un’attenzione costante verso le nuove uscite. In Italia la scena è underground ma estremamente viva e ricca di band di altissimo livello che non hanno nulla da invidiare alle produzioni straniere. Spesso manca un po’ di supporto logistico e di spazi adeguati, ma la passione e la qualità dei musicisti italiani sono immense.
10. Cosa volete trasmettere agli ascoltatori con questo nuovo lavoro?
Con “In Sorrow’s Requiem” non vogliamo offrire un semplice intrattenimento, ma un’esperienza musicale quasi catartica. Vorremmo che l’ascoltatore si isolasse dal mondo, indossasse le cuffie e si lasciasse sommergere dalle canzoni di questo nuovo album. Il nostro obiettivo è trasmettere l’idea che nella tristezza e nel dolore esista una forma di bellezza profonda e autentica e che esplorare la propria oscurità interiore attraverso la musica possa essere un modo per esorcizzarla e trovare, alla fine del requiem, una forma di pace interiore.
